PAESAGGIO CON SCENE DI VITE DI SANTI
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DOSSO DOSSI (GIOVANNI LUTERI)

e bottega

PAESAGGIO CON SCENE DI VITE DI SANTI

Anni 1530

olio su tela

60 х 87 cm

Inv.: 2723

Al centro è raffigurata la scena del martirio di santa Caterina, a sinistra san Francesco che riceve le stimmate e san Girolamo con il crocifisso in mano; a destra san Giorgio e in lontananza san Cristoforo con il Bambino Gesù. Non si riesce invece a identificare la figura femminile – forse con un bambino in braccio – raffigurata a sinistra di san Cristoforo

Prima che pervenisse al Puškin, era ritenuto opera di anonimo. L’attribuzione a Dosso Dossi è opera di Lazarev (Lasareff 1941), che insisteva sul fatto che il quadro della collezione Museo Puškin rappresentasse uno dei primi esempi di composizione paesaggistica autonoma nella pittura del Rinascimento italiano. Lo studioso lo considerava quindi una sorta di prototipo di un genere artistico che avrebbe visto la proprio fioritura nell’arte dell’Europa occidentale solo nel XVII secolo. La posizione di Lazarev venne sostenuta anche da Gombrich (1953) e da vari altri studiosi.

A questo riguardo è interessante un’osservazione di Arslan (1957), che così espresse il suo parere sul quadro del Museo Puškin: «Il Lasarev ha associato al gruppo qui trattato lo strano Paesaggio del museo di Mosca. L’unica opera di questa serie mirabile che non conosco per visione diretta e sulla quale mi riesce difficile pronunciarmi; poiché, se non fosse il nome di quell’eccellente conoscitore che è il Lasarev, verrebbe da pensare a un’opera degli inizi del Mastelletta».

I dubbi espressi molti anni fa da Arslan forse non sono privi di fondamento. Sebbene il quadro del Museo Puškin sia ormai entrato nella letteratura scientifica e universalmente riconosciuto come l’unico esempio di paesaggio, non solo nell’opera di Dosso Dossi ma anche nella pittura italiana del tempo, sorgono dubbi sulla fondatezza di tale valutazione. Un attento esame dello stato di conservazione della tela induce a concludere che l’opera costituisca un frammento ritagliato da un’altra composizione. Dal tipo di craquelure nell’area di destra in alto, dove il suo andamento si interrompe sull’orlo della tela, si può dedurre che il quadro fosse tagliato. La stessa cosa stanno ad indicare alcune tracce di screpolature dello strato pittorico causate agli angoli dal vecchio telaio. Con ogni probabilità, il motivo paesaggistico che vediamo nel quadro faceva parte di uno sfondo. Nelle opere di Dosso i motivi paesaggistici, sullo sfondo dei quali si svolgono scene sacre e mitologiche, svolgono un ruolo importante. Lo denotano già i quadri del secondo decennio del XVI secolo, in particolare la celebre Circe o Melissa della Galleria Borghese a Roma (1518circa; Ballarin 1995, II, tav. 484), e anche il Viaggio degli argonauti (Washington, National Gallery; Ballarin 1995, II, tav. 479) e Tre età dell’uomo (prima del 1516, New York, Metropolitan Museum; Ballarin 1995, II, tav. 480). L’attrattiva di Dosso per il paesaggio è strettamente legata all’influsso esercitato su di lui da Giorgione, delle cui opere il maestro ferrarese era un entusiastico estimatore e di cui assorbì molti elementi. Durante i suoi viaggi in molte città dell’Italia settentrionale e centrale (sappiamo che fu a Firenze e Roma), Dosso ampliò notevolmente le sue conoscenze artistiche. Va osservato, in particolare, che nella composizione del Museo Puškin compare un «elemento nordico», come rileva ancora Lazarev. I motivi paesaggistici di Dosso evidenziano il suo legame con la tradizione della grafica tedesca e svizzera, in particolare con le opere dei maestri della scuola danubiana.

Pur essendo solo una parte di una composizione più ampia, il dipinto in esame mostra una serie di procedimenti strutturali che l’artista impiega in varie opere: ad esempio nel San Girolamo di una collezione privata di Torino (Ballarin 1995, II, tav. 755), dove si incontrano il medesimo ritmo diagonale che organizza l’insieme, e la caratteristica contrapposizione tra primo piano e paesaggio in lontananza; oppure nella Storia di Pan del Museo Paul Getty di Malibù e nella Storia di Callisto della Galleria Borghese a Roma (Ballarin 1995, II, tav. 766, 774).

Il nostro quadro è nell’insieme opera dello stesso Dosso Dossi, come si vede dallo sfondo paesaggistico dipinto con straordinaria finezza e dalle figure di santi. Tuttavia, in alcuni frammenti del paesaggio in primo piano, dove il livello esecutivo è meno raffinato, si può ipotizzare l’intervento di qualcuno dei suoi aiuti o addirittura di epigoni. In particolare, la resa del fogliame delle chiome degli alberi più vicini allo spettatore ha poco in comune con la maniera pittorica di Dosso Dossi. Non è da escludersi che tale differenza sia spiegabile con la necessità di aggiungere alcuni elementi in primo piano, per conferire al pezzo di paesaggio un aspetto di opera compiuta e autonoma.

Circa la datazione dell’opera sono state proposte diverse ipotesi. Lazarev, che fu il primo a pubblicarla (Lasareff 1941), e dopo di lui Gibbons (1968), datarono l’opera intorno al 1525, Mezzetti (1965) la attribuiva a un periodo posteriore, tra il 1533 e il 1534, Ballarin (1993) al 1529-1530, e in seguito (Ballarin 1995), intorno al 1528.

Provenienza: Il dipinto venne acquistato in Italia da Vjazemskij nella prima metà del XIX secolo e collocato nella sua villa a Ostaf’evo nei dintorni di Mosca (coll. Vjazemskij-Šeremet’ev); nel 1924 (?) il Museo del Palazzo di Ostaf’evo (ex villa Vjazemskij) lo cedette al Museo di storia della religione (ex monastero Donskoj) di Mosca; nel 1933 passò al Museo Puškin.

Mostre: 1998-1999 Ferrara-New York-Los Angeles, cat. n. 34, ill.

Bibliografia: Lasareff 1941, pp. 128-138, ill.; Francis 1950, p. 65; Gombrich 1953, рp. 347-348, fig. 5 (riedizioni: 1958, pp. 128-130; 1973, pp. 156-177); Arslan 1957, p. 260 notа 5; Mezzetti 1965, pp. 46, 102-103; Turner 1965, p. 67; Turner 1966, pp. 136-137, 138, 142, fig. 92; Berenson 1968, I, p. 112; Gibbons 1968, рp. 132, 191-192, n. 47, fig. 71-72; Markova 1992, p. 141; Ballarin 1993, p. 474; Faietti 1994, pp. 32-33; Cat. Puškin 1995, p. 95, ill.; Ballarin 1995, I, n. 450; II, tav. 753-754; Dosso Dossi 1998, pp. 194-196, N. 34, ill.; Markova 2002, I, pp. 135-138, n. 70.

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