SAN SEBASTIANO
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GUERCINO (GIOVANNI FRANCESCO BARBIERI)

SAN SEBASTIANO

1641

olio su tela

116 х 96 cm

Inv.: 172

Sul rectoa destra in basso si rileva il numero rosso del catalogo 4503 dell’Ermitage del 1797.

Sul verso della tela è stampato il numero di Inventario dell’Ermitage del 1859: 2254; sul telaio compare un sigillo di ceralacca con l’aquila bicipite incoronata.

A tergo della tela è incollato un foglio di carta con un sonetto del XVII secolo di Luigi Manzini, dedicato al quadro (sotto se ne riporta il testo); sul verso è stampato anche il numero di inventario 2254 dell’Ermitage del 1859. sul telaio compare un sigillo di ceralacca con l’aquila bicipite incoronata.

Sebastiano è un santo martire cristiano (Legenda Aurea [1995], XXIII, 1); era comandante della guardia pretoriana durante il regno di Diocleziano (III secolo), e a motivo della sua professione di fede cristiana fu trafitto di dardi.  Lo si invocava come protettore nelle epidemie di peste.

La figura di san Sebastiano, che è tra le predilette in epoca rinascimentale, nell’arte del XVII secolo perde l’inflessione di eroismo per acquistare una nuova fisionomia: nella sua resa si avvertono sfumature di lirismo e di profondità interiore intese a suscitare un senso di compassione.

Committente del quadro del Puškin fu il dottor Niccolò Lemmi di Bologna, che il 6 gennaio 1642 lo pagò all’artista 53 ducatoni. Il fatto è riportato in una nota del Libro dei conti (1808, conto 266), tenuto dal fratello minore dell’artista Paolo Antonio Barbieri. L’opera venne dunque dipinta nel 1641, e forse portata a termine nei primi giorni del 1642.

Il quadro è tra le opere del maestro più apprezzate dai contemporanei, e l’equità di tale valutazione è stata confermata dai lavori di restauro (1998, Museo Puškin), che hanno liberato la superficie pittorica dalla mano di vernice protettiva ormai scurita che non permetteva di apprezzare degnamente le straordinarie qualità pittoriche e coloristiche della tela.

In occasione della realizzazione del San Sebastiano, il poeta Luigi Manzini scrisse un sonetto, pubblicato a Bologna nel 1642:

AL SIGNOR/GIO. FRANCESCO/BARBI-ERI/DA CENTO/FAMOSISSIMO PIT-TORE/Per vn Quadro mirabilissimo/DI S. SEBASTIANO MARTIRE/FATTO AL SIG. DOTTORE NICOLO LEMMI/Sonetto/DEL SIG. LVIGI MANZINI

Frena, CENTIN, quel nobile portento
Quello stupor del'Arte, ond'hai diletto
Di richiamare il gia beato petto
De l'Eroe di Narbone, al rio tormento.

Frena, dico, il pennello: ahi che gil sento
Sospirarsi di nuouo esangue oggetto
Delfurente Idolatra: e quindi astretto
A turbar fra le pene il suo contento.

Ma che? so forte, e luminoso il pingi,
Che nel misto di luce, e di valore,
Di doglia si, ma gloriosa, il cingi.

О d'ogni alta Virt destra, maggiore!
Tu, innocente mendace, additi, e fingi
Nel Ciel tristezza, e ne'Beati horrore.

In Bologna per Giacomo Monti, e Carlo Zenero. 1642. Con licenza de' Superiori.

Il San Sebastiano viene menzionato più volte in alcuni testi del XVII e del XVIII secolo, tra cui anche manoscritti, che oltre ad offrirci una prova della notorietà dell’opera ci consentono di seguirne la storia. Ad esempio, Marcello Oretti nella seconda metà del XVIII secolo, nel suo Pitture che Ornano le Case de Cittadini di Bologna (Oretti s.d.), cita la tela moscovita indicandone la collocazione in casa dell’abate Cesare Taruffi di Bologna. Nel suo libro dedicato al Guercino, Calvi (1808) descrive il nostro quadro in termini entusiastici, asserendo tra l’altro che non si trovava più in casa Taruffi, ma che era stato inviato a Parigi per essere messo all’asta. Nella riedizione del libro di Cesare Malvasia (1878, ed. 1841), biografo dei pittori bolognesi, si legge che l’opera venne acquistata dal ministro Ferdinando Marescalchi e donato all’imperatrice Giuseppina. Nel 1811 la tela raffigurante San Sebastiano venne inserita nel catalogo della collezione del Palais du Malmaison (cat. n. 6), e così pure nell’inventario del 1814-1815 (Grandjean 1964).

Si conoscono vecchie copie del quadro: una di esse si trova attualmente in una collezione privata in Irlanda, un’altra figurava in una vendita di antiquariato a Londra.

A giudicare dalle vecchie fotografie, un’uguale composizione, anch’essa probabilmente una copia, apparteneva alla collezione Vjazemskij a Ostaf’evo. Francesco Rosaspina ne trasse un disegno. L’opera venne inoltre riprodotta in una litografia da Huet nel 1847 (Galerie Imperial de l’Ermitage litographie, II, 1847).

Provenienza: Il quadro è stato dipinto per Niccolò Lemmi, a Bologna; nella seconda metà del XVIII secolo si trovava nella collezione dell’abate Cesare Taruffi, a Bologna; all’inizio del XIX secolo era nella collezione dell’imperatrice Giuseppina, a Malmaison; nel 1829 fu acquistata da sua figlia, la duchessa de Saint-Leu, per l’Ermitage; nel 1862 passò al Museo Rumjancev; dal 1924 si trova al Museo Puškin.

Materiali d’archivio: Oretti s.d., p. 69; Cat. Ermitage 1797, n. 4503; Inv. Ermitage 1859, n. 2254.

Mostre: 1968 Bologna, cat. n. 74; 1973 Budapest, cat. p. 6, n. 7.

Bibliografia: Malvasia 1678, II, p. 373 (ed. 1841, II, pp. 265, 291, nota 47); Calvi 1808, p. 283; Libro dei conti 1808, p. 99 (Malvasia 1841, p. 322); Labensky 1838, p. 25; Viardot 1844, pp. 484-485; Galerie Imperial de l’Ermitage litographie, II, 1847 (6 Serie, 29; livr., litografia di Gjuo); Cat. Museo Rumjancev 1862, p. 19, n. 179; Guide dans lа galerie 1872, pp. 76-77, n. 179 (ed. 1889, p. 15); Cat. Museo Rumjancev 1915, pp. 214, 222, n. 592; Grandjean 1964, pp. 140, 958; Salerno 1988, p. 279, n. 190; Stone 1991, p. 194; Markova 1992, p. 198, ill.; Cat. Museo Puškin 1995, p. 147, ill.; Guercino-Ghelfi 1997, p. 111 conto 266, tav. 12; Markova 2002, II, pp. 89-91, n. 64.

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